È ormai da sei mesi che vivo in negli Stati Uniti, e ogni giorno, quando la sveglia suona alle 6:15 di mattina, mi ricordo del perché io sia qui, in un vano tentativo di rotolare fuori dal mio letto: aspiro a crescere come persona, al fine di rendere il mondo un posto migliore. E così è: la diversità degli Stati Uniti, così dissimile da quella italiana, mi ha offerto una nuova prospettiva su problemi importanti, ora più che mai rilevanti anche in Italia. Uno di questi è il razzismo che, per quanto presente anche qui, è percepito in maniera totalmente diversa. Oggi, la schiavitù e la segregazione razziale non sono più parte dell’America, e i tanto odiati migranti europei e gli afro-americani sono parte della società. Questo non vuol dire che il razzismo qui non esista, semplicemente non è così rilevante come in Italia. Ciò è dovuto al melting pot, un tipo di società fondato sull’unione di ex colonie di persone di diversa origine, da sempre presente negli USA. In Italia, l’arrivo di migranti, soprattutto dal Nord Africa, è un qualcosa di relativamente ancora nuovo, al quale gli italiani non si sono ancora abituati completamente. Molti sperano che si raggiunga questo traguardo anche nel Bel Paese, nonostante per ora sembri solo un sogno lontano.
Vivendo in un ambiente estremamente diversificato, in cui le comunità più grandi sono quelle afro-americana e ispanica, ho avuto l’opportunità di osservare in prima persona come il razzismo sia percepito negli Stati Uniti. La xenofobia c’è sempre, ma non è così rilevante. Il concetto alla base di tutto è capire che per qualcuno saremo sempre diversi, come io qui sono chiamata “la straniera” o semplicemente “spaghetti”. Cosa rende gli italiani diversi da chi noi chiamiamo stranieri? Come io sono stata accolta qui, insieme a migliaia di exchange students e migranti, anche gli italiani dovrebbero sforzarsi di cambiare. In fondo, siamo tutti persone.

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